Villabassa

Villabassa 50x50 - olio su tela, 1997

Non un semplice quadro nel quadro ma una metalinguistica e panica resa della natura montana dell’alta Val Pusteria, dove Morago ama ritornare per quel silenzio e per quella sensazione di vertigine che solo le montagne, giganti solitari, offrono. In realtà, si assiste ad una dialettica contrapposta fra il registro superiore dalle campiture più distese e calme ed il registro inferiore attraversato da una pennellata repentina, talvolta materica e mossa in direzioni diverse. Infatti, il profilo alpino, altro diagramma della vita com’era quello di Ouarzazate, si staglia nitidamente di bianco-neve vestito, sopra un largo cielo nero, a sua volta appoggiato ad un ulteriore fondo rosso, ma poi digrada in basso, dilagando con tale impeto da scavalcare la cornice dipinta che non argina e lascia scaturire una cascata di colore. Da una presa sulla natura, dunque, il pittore entra nei territori dell’animo. I colori assumono valenze interiori e tradiscono quel moto di vertigine fisica e sentimentale in cui il pittore è precipitato e che dopo la pittura ha decodificato e rilanciato in una riflessione sul ruolo e sul fine dell’arte stessa. In effetti, a prescindere dalle etichettature storicistiche (astrattismo, informale, neo-informale, espressionismo astratto), Morago indaga per sua stessa definizione attorno al “filo prezioso che lega il fare al vero”. E per “vero” non indica solo la realtà tradotta mimeticamente ma soprattutto quell’eterno complesso di valori che percorrono l’indefinibile animo umano.

Mauro Fantinato